Quando sono i libri a trovare noi
Uno dei motivi peri i quali leggiamo è la certezza che, di tanto in tanto e con un pizzico di fortuna, ci troveremo tra le mani “quel” libro. Sapete di quale parlo: quello che sembra essere stato scritto apposta per noi, e che lascia un segno indelebile nella nostra memoria e nel nostro cuore. Di conseguenza forziamo il destino per fare in modo che questi incontri accadano il più spesso possibile. Armati di pazienza e perseveranza ci facciamo largo tra una selva di consigli, recensioni di critici letterari, recensioni di lettori, classifiche, liste, e chi più ne ha più ne metta. 
Non di rado quello che sembra un colpo sicuro si rivela poi una grande delusione. Il fatto che recensioni e blurb (quelle lodi esagerate raccolte in un pugno di parole, e firmate da autori famosi) siano da prendere con le pinze è un segreto di pulcinella: le grandi case editrici pagano squadroni di publicist per creare buzz artificiali attorno alle loro proposte, e gli autori più piccoli le provano tutte per ritagliarsi uno spazio sotto i riflettori. Più affidabili sono i consigli di amici lettori che condividono i nostri stessi gusti: ogni tanto è proprio grazie a loro che nel setaccio affiora la tanto agognata pepita. E poi, ci sono quei casi rarissimi in cui è il libro a trovare noi. 
L’altro giorno, durante una scampagnata tra le colline del giura svizzero, non ho resistito a fare una capatina nella libreria del capoluogo (mezza libreria e mezza cartoleria/stamperia, perché bisogna pur sbancare il lunario): l’idea era di curiosare tra i libri usati alla ricerca di tomi dedicati alla tumultuosa storia della regione. Sono rimasto a bocca asciutta e, deluso, mi sono diretto verso l’uscita. Poi però ho fatto inversione di rotta e mi sono messo a curiosare tra gli scaffali di narrativa. In fondo era ancora presto, e non andavo certo di fretta.
Una copertina mi ha subito catturato lo sguardo. Una tavola da surf appoggiata a un muro, e un titolo intrigante: “Nous Avons aimé”. Abbastanza per accendere la miccia della mia curiosità. Sole, mare, nostalgia, tristezza, l’estate che finisce… questi i pensieri che mi hanno spinto a prendere in mano il libro. Un’edizione tascabile, leggera, quasi eterea. La spina di copertina un poco rovinata. Data di uscita: 2013. Sarà esposto qui da tre anni, a prendere la polvere, ho pensato osservando i libri tutt’attorno, che sembravano aver subito la stessa sorte. Poi ho notato il nome della collana, che è abbastanza conosciuta nei paesi francofoni: Rivages/Noir. 
La faccenda si faceva interessante: i noir ambientati nel mondo del surf si contano con il contagocce, e pensavo di averli già divorati tutti. Poteva essermene sfuggito uno? Ho preso il telefono dalla tasca e ho fatto le ricerche del caso. Ho scoperto che il libro non proviene dalla California o dall’Australia, come è legittimo aspettarsi quando ci sono in ballo cacciatori di onde. L’autore, Willy Uribe, è basco, così come i protagonisti della sua storia. Il libro è stato pubblicato nel 2011 col titolo “Los que hemos amado”, e quella in francese è l’unica traduzione esistente.
Guarda che casualità, mi son detto, sono stato nei Paesi Baschi - schiacciato in un camper con altre cinque persone e altrettante tavole da surf - giusto lo scorso ottobre. E dire che prima di partire avevo cercato dei libri attraenti ambientati nella regione: ma del romanzo di Willy, neanche l’ombra.
In preda all’eccitazione, ho cominciato a percorrere la trama sul retro di copertina: Sergio e Eder, due giovani surfisti baschi, sono legati da un’amicizia complicata. Eder vive nella bambagia e mostra una calma nei modi di fare che sfiora l’insolenza; Sergio, abbandonato da una madre irresponsabile, non ha un soldo. Per loro la vita si riassume a viaggiare, fumare, e aspettare l’onda che li farà decollare. Muniti delle loro tavole, si lanciano in un viaggio che li condurrà fino in Marocco. Lì ho smesso di leggere: bastava così. Già, perché precisamente un anno fa, attirato dalle onde, mi sono anche io avventurato in quel paese. Ho immaginato Sergio ed Eder con le loro tavole a Taghazout, alla spiaggia di Desert Point, e già non vedevo l’ora di seguirli nelle loro peripezie. 
Tenevo il libro stretto come se qualcuno nel negozio (non c’era un’anima viva) potesse venire a strapparmelo di mano e correre alla cassa, alla faccia mia. Rimaneva solo un inghippo: nel limite del possibile preferisco evitare le traduzioni, se posso leggere l’originale. Ho preso di nuovo il telefono e ho trovato l’edizione spagnola in vendita su internet. Il mio pollice flirtava con il pulsante “comanda”, ma sapevo che per mettere le mani sul libro ci sarebbero volute settimane. Al diavolo i sani principi; era sabato mattina e il tempo stava cambiando: i nuvoloni neri che si addensavano all’orizzonte promettevano di far da padrone per tutto il resto del week-end. La scusa perfetta per una sessione prolungata di lettura. Mi sono proiettato alla cassa e ho pagato con il sorriso stampato in volto.
Ho letto il romanzo in tre sedute, e in questo momento mi fa l’occhiolino dallo scaffale dove si è meritato un posto d’onore. Poteva essere deludente, mal scritto, e perché no? Le mille coincidenze che mi hanno portato a scoprirlo non erano certo una garanzia di qualità. Invece è un libro fantastico. Perché quando la magia si mette all’opera, fa le cose per bene. Ogni tanto sono i libri a trovare noi, e per chi ama leggere, non c’è nulla di più bello.
Back to Top